Ricerche

mercoledì 17 giugno 2009

L'antitrust russo Indaga microsoft

L'azienda avrebbe fatto ricorso a pratiche commerciali scorrette per favorire l'adozione di Windows Vista al posto del più anziano e amato Xp.
È risaputo che i rapporti di Microsoft con i vari organismi antitrust, specialmente con quello europeo, non sono sempre ottimi; ora per l'azienda di Redmond si apre un nuovo fronte, localizzato in Russia.

Il servizio federale antimonopolio ha aperto un'inchiesta per stabilire se Microsoft abbia utilizzato pratiche scorrette nella distribuzione dei propri sistemi operativi.

In particolare, l'indagine verterà sulla politica di riduzione delle consegne di Windows Xp (sia in versione boxed che preinstallata) operata dall'azienda per spingere l'adozione di Windows Vista: Microsoft avrebbe limitato di proposito la disponibilità del sistema operativo più anziano nonostante il numero delle richieste non calasse.

Il gigante di Redmond avrebbe inoltre operato sui prezzi dei propri prodotti in maniera tale da favorire l'acquisto di Vista, stabilendo "differenze di prezzo ingiustificate per gli stessi beni" (prezzi diversi per le stesse versioni del medesimo sistema operativo).

"La richiesta di versioni singole e pre-installate è confermata anche dai rivenditori e dal numero di ordini da parte del governo" ha fatto sapere l'antitrust russo.

Microsoft Russia, per bocca della propria portavoce, Marina Levina, non si scompone: "abbiamo sempre risposto pienamente alle domande del servizio antimonopolio e intendiamo continuare questa pratica in futuro" ha dichiarato.

L'esame delle accuse è stato fissato per il prossimo 24 luglio.

fonte:

http://www.zeusnews.com/

Microsoft: «In Europa senza Explorer

La società di Redmond distribuirà la nuova versione di Windows senza il browser: «Così la legge è rispettata»
MILANO - Microsoft distribuirà in Europa la nuova versione del sistema operativo Windows senza il browser Internet Explorer. La decisione arriva dopo le preoccupazioni circa una possibile concorrenza sleale verso altri produttori di browser e pochi giorni prima dell'attesa decisione della Commissione europea sulle accuse antitrust presentate contro Microsoft a gennaio, secondo cui il leader mondiale di software abuserebbe della propria posizione dominante includendo nel sistema operativo il browser Internet Explorer, sottraendolo a una giusta competizione con i prodotti rivali.

L'ANNUNCIO - Fino ad oggi, Microsoft ha sostenuto che il browser è parte integrante del sistema operativo e che non può esserne separato, ma adesso progetta di farlo per la versione europea di Windows 7, in arrivo quest'anno. «Per garantire che rispetti la legge europea, Microsoft consegnerà una versione diversa di Windows 7, appositamente creata per la distribuzione europea, che non includerà Internet Explorer» ha annunciato il produttore di software in una nota pubblicata sul sito Cnet. La mossa di Microsoft potrebbe dare un grande aiuto ai browser concorrenti, come Chrome di Google e Firefox di Mozilla.

giovedì 14 maggio 2009

Super multa per intel

Tra le accuse anche quella di pratiche anticoncorrenziali illegali
Ue contro Intel, maxi multa da 1,06 mld
La Commissione ha deciso di sanzionare la società dei microprocessori per abuso di posizione dominante


Una veduta del quartier generale di Intel a Santa Clara, in California (Ap)

BRUXELLES - La Commissione Europea ha deciso di infliggere al colosso dei microprocessori Intel una gigantesca multa da 1,06 miliardi di euro per abuso di posizione dominante e pratiche anticoncorrenziali illegali. Lo rende noto un comunicato della Commissione diffuso a Bruxelles. È la più grande singola multa mai inflitta dall'esecutivo Ue a una società. La Commissione ha inoltre ordinato alla Intel di interrompere immediatamente tali pratiche assicurando che vigilerà sull'ottemperanza di questa decisione. La Intel, dal canto suo, ha già fatto sapere di essere intenzionata a presentare ricorso contro la decisione. In una nota, il presidente e amministratore delegato Paul Otellini afferma che «Intel ha forti eccezioni su questa decisione. Noi crediamo che sia sbagliata e ignori la realtà di un'alta competizione nel mercato dei microprocessori, caratterizzato da una costante innovazione e da miglioramenti di prestazioni con prezzi in calo. Questo non danneggia affatto i consumatori». Di parere opposto Giuliano Meroni, presidente per l'area Emea di Amd, il principale concorrente di Intel: «La decisione odierna della Commissione Europea contribuirà a creare un nuovo equilibrio, diminuendo il potere di mercato di un’impresa che abusa della propria posizione dominante a favore dei produttori di computer, dei rivenditori e degli utenti finali». 


SCONTI ANTI-CONCORRENZA - «Per tutto il periodo ottobre 2002-2007 - si legge nel comunicato - Intel ha avuto una posizione dominante nel mercato mondiale dei CPU (microprocessori) x86, per almeno il 70% della quota di mercato». Bruxelles ricorda che il mercato mondiale di questi microprocessori rappresenta circa 22 miliardi di euro l'anno, la quota europea è di circa il 30% del totale. Non basta. «La Commissione - prosegue la nota - ha ritenuto che l'Intel abbia fatto ricorso a due specifiche forme di pratiche illegali. Primo, Intel ha dato sconti integralmente o parzialmente occulti a fabbricanti di computer a condizione che le acquistassero la totalitá o la quasi totalitá dei processori x86 di cui avevano bisogno». Inoltre, si legge ancora nel comunicato, «Intel ha effettuato pagamenti diretti in favore di un grande distributore a condizione che questo vendesse esclusivamente computer dotati di processori x86. Questi sconti e pagamenti hanno effettivamente impedito ai clienti, e, in fin dei conti, ai consumatori, di rivolgersi a prodotti alternativi». Secondo, «Intel ha effettuato pagamenti diretti a favore di fabbricanti di computer allo scopo di arrestare o ritardare il lancio di prodotti specifici contenenti processori di tipo x86 dei concorrenti e di limitare i circuiti di vendita utilizzati da questo prodotti». La Commissione cita tra i fabbricanti di computer coinvolti Acer, Dell, Hp, Lenovo e Nec. Il distributore è Media Saturn Holding, proprietario della catena MediaMarkt (in Italia MediaWorld). 

«CONSUMATORI DANNEGGIATI» - In questo contesto, è scritto ancora nella nota della Commissione, «la Commissione ha ritenuto che tali pratiche costituiscano, da parte di Intel, abuso di posizione dominante nel mercato dei processori x86, che hanno danneggiato i consumatori in tutto lo Spazio economico europeo». Secondo Bruxelles, «riducendo la capacitá dei concorrenti di fare concorrenza attraverso la qualitá intrinseca dei loro prodotto, le azioni di Intel hanno minato la concorrenza e l'innovazione». «Intel -ha commentato il commissario alla Concorrenza Neelie Kroes - ha danneggiato milioni di consumatori europei agendo deliberatamente per tenere i concorrenti fuori dal mercato per i processori da computer per molti anni. Un'infrazione così grave e così sostenuta nel tempo delle regole antitrust Ue non può essere tollerata».

lunedì 13 aprile 2009

La Francia di Sarkozy

Roma - La ghigliottina non si abbatterà sulle connessioni dei cittadini della rete francesi, la dottrina Sarkozy non è diventata legge, almeno non per il momento: l'Assemblea Nazionale ha votato contro il testo scodellato in occasione della prima lettura. La partita è riaperta, inaspettatamente.


La legge era ormai data per approvata: il Senato si era espresso nel mese di novembre e a larghissima maggioranza aveva fatto rimbalzare il testo della loi Création et Internet all'Assemblea Nazionale. La Camera l'ha vagliato nei giorni scorsi, 16 deputati ne avevano deciso l'approvazione: la dottrina Sarkozy, in un turbine di emendamenti, aveva assunto una forma pressoché definitiva. Spettava alla commissione mista di Camera e Senato cesellare un testo di compromesso e rimettere la legge al voto definitivo.

Nella serata di martedì 7 aprile, le prime notizie trapelate dalla Commissione: la versione stabile della proposta avrebbe previsto, oltre che missive deterrenti e disconnessioni pedagogiche, l'obbligo per il netizen di continuare a pagare la connessione anche una volta che gli fosse stata recisa per ordine dell'Hadopi, l'alta autorità indipendente che avrebbe deciso del destino dei netizen recidivi. L'esito del secondo passaggio a Senato e Camera appariva scontato: nonostante gli appelli dell'ultim'ora, nonostante sparuti gruppi di rappresentati dei cittadini si fossero lasciati convincere ad astenersi o a votare contro l'approvazione, ormai c'era rassegnazione. Nella mattinata di ieri il Senato ha confermato la propria posizione ratificando il testo. Poi, il voto dell'Assemblée Nationale.

Ventuno voti contro, quindici voti a favore. "È un miracolo parlamentare!" è esploso il deputato socialista Christian Paul. "È il risultato di una patetica commedia dell'arte", commentano dallo staff del ministro della Cultura Christine Albanel. La voce dei cittadini della rete ha investito il Palazzo.

Sebbene la rassegnazione dominasse, la maggioranza dei cittadini della rete francesi si era espressa a sfavore dell'adozione del sistema di risposta graduale alla pirateria, in molti ritenevano che il regime di rastrellamenti di indirizzi IP, avvertimenti e disconnessioni fosse una risposta inefficace allo scambio di contenuti online. Il monitoraggio condotto dai detentori dei diritti, il sistema di giustizia privata innescato con la collaborazione dei provider e pensato per dissuadere più che per punire, si sarebbe rivelato adatto al solo scopo di invitare i condivisori a ottenebrarsi nell'anonimato delle darknet. Lo avevano sottolineato anche i rappresentanti dei consumatori francesi: la legge si sarebbe invischiata nell'incompatibilità con il quadro normativo francese, certe disposizioni a proposito del filtraggio e della promozione delle offerte legali proposte come alternativa alla pirateria non si sarebbero potute concretizzare senza violare il diritto delle imprese ad operare in un contesto concorrenziale.

Sarebbero inoltre venute a mancare le garanzie per il cittadino: la caccia all'indirizzo IP, l'identificazione dell'abbonato, la mancanza della mediazione dell'autorità giudiziaria nell'erogazione delle sanzioni avrebbero leso i diritti dei netizen. La privazione della connessione avrebbe rappresentato una violazione del diritto dei cittadini ad esprimersi e a informarsi con la mediazione della rete. Sul fronte europeo si era tentato di arginare la pulsione legislativa francese con un emendamento instillato nel Pacchetto Telecom: sostenuto dall'europarlamentare francese Guy Bono, rilanciato dall'europarlamentare Catherine Trautmann, aveva incontrato il favore della Commissione e dei ministri europei. Ma le pressioni francesi avevano probabilmente influito sul cambio di fronte del Consiglio. L'emendamento 138 era stato stralciato, poi reintrodotto. Ora, depotenziato, attende di essere approvato. Se non dovesse servire a temperare i tumulti legislativi francesi, potrebbe risultare utile nel contenere le ambizioni dell'industria.

Nonostante ci siano detentori dei diritti che si sono schierati fermamente contro l'adozione della dottrina Sarkozy, da più fronti se ne celebra l'efficacia: lo fa il manager degli U2 Paul McGuinness, lo fa Andrew Lloyd Webber, torna a farlo la RIAA. Per una certa parte dell'industria dei contenuti, assicurano le autorità francesi, non tutto è perduto: la legge potrebbe essere sottoposta ad una seconda lettura.

Microsof sempre multata

Roma - Non è una buona giornata per le casse di Microsoft: in poche ore, al di qua e al di là dell'oceano, circa 400 milioni di dollari (304 milioni di euro) hanno preso il volo in due procedimenti che coinvolgono l'azienda di Redmond. Ma se nel caso statunitense BigM è stata giudicata colpevole di violare un brevetto che ritiene nullo, e l'appello è stato già preannunciato dai suoi legali, in Europa ha ammesso la violazione e si prepara a pagare una multa: questione di voler rispettare le regole, dice.

Per quanto riguarda la sentenza emessa da una giuria di Rhode Island, la questione vedeva contrapposte Microsoft e la poco conosciuta azienda con sede in California e a Singapore Uniloc: oggetto del contendere, un brevetto depositato nel 1993 e convalidato nel 1996 relativo ad una procedura di autenticazione del software. Un meccanismo che, secondo Uniloc e ora anche secondo i giurati, assomiglierebbe un po' troppo a quello messo in campo da Microsoft per attivare le copie di Windows XP, Windows 2003 e Office: tanto da far scattare la condanna per Microsoft e la contemporanea conferma del brevetto a Uniloc, che ora dovrà essere risarcita per l'ammontare di 388 milioni di dollari (292,5 milioni di euro).

La descrizione del brevetto numero 5.490.216, attribuito a Frederic B. Richardson III per conto di Uniloc Private Limited, recita: "Un sistema di registrazione che consente (...) ad un software di funzionare (...) se e solo se un'apposita procedura di licenza è stata eseguita. Idealmente, il sistema identifica quando una parte della piattaforma su cui i dati sono stati caricati è cambiata parzialmente o del tutto, confrontandola con i parametri registrati durante l'ultimo avvio del software (...). Il sistema fa affidamento su una porzione di dati digitali o a un codice che sono integrati ai dati da proteggere nel sistema (...)".

Andando avanti con la descrizione, e scorrendo i vari asserti del testo del brevetto, si ha in effetti la sensazione di stare leggendo una descrizione delle procedure di attivazione di Windows: il sistema identifica l'hardware e, in via telematica, genera un codice che autorizza all'esecuzione del software. Nel caso una parte dell'hardware di cui è composto il PC cambi, il sistema può richiedere di ripetere la registrazione e l'attivazione della licenza onde evitare abusi. Alcune parti del testo sono poco aderenti alla realtà ma, a quanto si legge negli atti della citazione, Uniloc sostiene che Microsoft violi in effetti solo alcuni punti del brevetto.

Sebbene inizialmente BigM avesse ottenuto la chiusura del caso, iniziato nel 2003, e senza addebiti, una corte federale aveva accolto il ricorso di Uniloc e rimandato in aula in contendenti: il procedimento, ricominciato lo scorso 23 marzo, si è quindi concluso con una condanna, e un risarcimento da pagare a fronte dello sfruttamento dell'invenzione di Uniloc dal 2003 in avanti dentro e fuori i confini degli Stati Uniti. Poiché, inoltre, i giurati hanno stabilito che Microsoft avrebbe violato consapevolmente e volontariamente il brevetto, il giudice potrebbe optare anche per triplicare la sanzione pecuniaria.

Da parte sua, BigM ha fatto sapere di esser profondamente colpita dalla decisione del tribunale e di stare già meditando di ricorrere in appello: "Siamo molto delusi dal verdetto - ha spiegato il portavoce David Bowermaster - Riteniamo di non aver infranto nulla, che quel brevetto non sia valido e che la stima dei danni sia legalmente e praticamente eccessiva. Chiederemo alla corte di rivedere il verdetto". Secondo la ricostruzione di BigM, il codice sviluppato per l'attivazione del suo software sarebbe diverso e originale rispetto a quello del brevetto: non è chiaro per altro se questa sentenza obblighi Microsoft a variare o eliminare le attuali protezioni anticopia presenti in molti dei suoi software.

Negli USA, in ogni caso, Microsoft sembra decisa a non rassegnarsi e dare battaglia. Un atteggiamento molto diverso da quello tenuto nel caso tedesco, dove comunque la multa è di gran lunga inferiore: appena 9 milioni di euro. In questo caso, BigM sarebbe pronta a pagare quanto dovuto, accettando totalmente il giudizio espresso dall'autorità per la concorrenza teutonica: il Bundeskartellamt. Per l'ente, "Microsoft ha influenzato il prezzo di vendita del pacchetto software Office Home & Student 2007 con metodi anticompetitivi".

Seguendo la ricostruzione, Microsoft si sarebbe incordata con un grosso rivenditore che opera su tutto il suolo tedesco, concordando il prezzo finale di vendita del prodotto e sponsorizzandone la campagna pubblicitaria. In due diverse occasioni il costo al dettaglio del software sarebbe stato fissato soltanto dopo aver raggiunto un accordo in tal senso tra produttore e rivenditore: sebbene la legge tedesca non proibisca in generale questo tipo di rapporti, l'influenza di Microsoft sulle azioni e le decisioni prese nel caso specifico dal rivenditore costituirebbero una violazione dei regolamenti federali.

Come detto, Microsoft in questo caso ha accettato di buon grado la sanzione e ha già annunciato di essere pronta a saldare quanto prima la multa: "Rispettiamo la legge tedesca sulla concorrenza e siamo impegnati a far sì che il nostro lavoro rispetti tutte le leggi e i regolamenti della Germania - ha precisato un portavoce - Sfrutteremo questo evento come un'opportunità per rivedere i nostri processi commerciali interni e assicurarci che rispettino totalmente le leggi tedesche".

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Durante la partita digitare le seguenti lettere


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Ricercato al massimo:
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Gameplay lento:
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Slut Magnet:
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Smash n' Boom:
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Vortex Hovercraft:
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Il browser più veloce

Qual è il browser web più veloce? Chrome, è la risposta fornita da ExtremeTech, che ha condotto una serie di test sul browser di Google, su Firefox di Mozilla, su Internet Explorer di Microsoft, su Opera dell’omonima casa svedese e su Safari di Apple.

I benchmark hanno riguardato l’esecuzione di codice JavaScript, la riproduzione di contenuti Flash, il rendering HTML e il test Acid3, una suite che comprende circa 100 sottotest e che serve a verificare l’aderenza di un browser a determinati standard web.

Chrome si è piazzato al primo posto, seguito da Firefox e da Opera. Internet Explorer 7 e Safari, scrive ExtremeTech, sono lontanissimi dalle perfomance dei primi tre browser. Come sottolinea Punto Informatico, però, la sfida più attesa è quella che vedrà confrontarsi Firefox 3.1, IE8, Opera 10, Safari4 e la versione stabile di Chrome.

A determinare, al momento, il predominio di Chrome nelle prestazioni, tutte positive tranne quella relativa a Flash, è sicuramente il motore utilizzato dal browser di Google per la visualizzazione delle pagine web, cioè WebKit, ma soprattutto il motore JavaScript V8.

Sappiamo che il codice JavaScript è la prima causa di rallentamento nel caricamento delle pagine web, perché prima ci caricare l’intera pagina, i browser attendono la ricezione di tutte le informazioni relativi ai codici inseriti. L’obiettivo dei nuovi browser è proprio quello di iniziare a caricare tutte le parti di una pagina web già disponibili, indipendentemente dai JavaScript e parallelamente alla richiesta delle informazioni successive derivanti proprio da tutti i javascript.

Autore: Pierluigi Emmulo